11 settembre 2012

Tuccia: la Vestale accusata ingiustamente

Molto sentito nell'antichità, il culto della Dea Vesta era esercitato prevalentemente da sacerdotesse che - per onorare degnamente la divinità - avevano l'obbligo di mantenere intatta la loro verginità. 
La pena riservata a chi osava contravvenire a questa unica ma rigida regola era severissima e di una crudeltà estrema.
Corse questo rischio Tuccia, una sacerdotessa Vestale vissuta intorno al 230 a.C. che, nonostante la stima di cui godeva all'interno del collegio, venne ingiustamente accusata di aver violato il voto di castità e la pena che era stata decisa per lei e per quante avessero seguito l'indegno esempio della giovane consisteva nell'essere sepolta viva.
Così, mentre lo scandalo cominciò a trapelare all'infuori delle mura del collegio e la notabile famiglia di Tuccia ne veniva travolta in pieno con un marchio indelebile di onta, la sacerdotessa non potè fare altro che rivolgere le proprie preghiere alle dea che tanto venerava, sperando che questa riuscisse in qualche modo a scagionarla.
La storia, narrata nelle pagine di Livio, Valerio Massimo, Dionigi di Alicarnasso e Plinio il Vecchio, si conclude con l'implorazione da parte di Tuccia nei confronti della dea Vesta e dell'accoglimento di quest'ultima delle suppliche della giovane. Perché Tuccia fosse scagionata del tutto infatti, la dea permise che la sacerdotessa portasse dell'acqua dentro un colino senza che da questo si perdesse neanche una goccia.
Tuccia in tal modo si salvò e la dea divenne il simbolo di come sia possibile scagionarsi da un'accusa infondata.
-->
(Foto di Ludo29880 - Flickr)

4 commenti:

  1. Questa non la sapevo... e brava Tuccia! :-)

    RispondiElimina
  2. Neanch'io questa storia la conoscevo proprio... sepolti vivi .. mah ..

    RispondiElimina
  3. e brava anche Vesta! mica facile la storia del colino...
    monica c.

    RispondiElimina