2 gennaio 2012

Frankenstein: Mary Shelly affronta il tema del doppio



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Ben lungi dall'essere semplicemente un romanzo gotico horror, il "Frankenstein o Prometeo moderno" di Mary Godwin in Shelley è un'opera in cui la allora diciannovenne scrittrice affronta temi davvero complessi oltre che scottanti, alcuni dei quali attualissimi anche ai giorni nostri.
Il romanzo, pubblicato nel 1818, ha una struttura epistolare e raccoglie tutte le missive che un Capitano di Marina inviava alla sorella. Argomento principe di tali lettere era la storia che a questo Capitano venne narrata a sua volta da un tale Victor Frankenstein, uno scienziato cui l'uomo di mare aveva salvato la vita durante una spedizione al Polo Nord e che, a bordo della nave, ormai adagiato nel proprio letto di morte, aveva deciso di liberare la propria anima dagli incubi che la opprimevano, raccontando il proprio terribile vissuto.
La trama
Victor Frankenstein è un uomo di scienza, vero appassionato di tutto quanto riguardi le origini della vita e il mistero dell'esistenza.
I suoi studi infatti lo assorbono a tal punto da isolarlo da tutto e da tutti finchè un giorno la sua tenacia viene ricompensata: egli infatti giunge finalmente alla scoperta della "causa" che genera la vita.
Tutto è pronto, a questo punto, per il passo successivo: davanti a lui, steso supino su un lettino, si trova la Creatura, un macabro assemblaggio di pezzi umani creato a propria immagine e somiglianza, creatura cui il dottor Frankenstein decide di instillare l'essenza della vita appena scoperta. Con enorme stupore, il mostro comincia a respirare, apre gli occhi, si muove ma Victor, in preda ad una terrificante fase di rifiuto, fugge via terrorizzato, abbandonando la Creatura al proprio destino. 
Reciso brutalmente il cordone ombelicale con il proprio padre-creatore, il mostro si mette in cammino, pronto ad intraprendere il proprio viaggio alla scoperta del mondo. Con gli occhi puliti, ingenui e curiosi di un bambino, egli comincia ad osservare gli altri, apprende la lingua, impara a parlare. Il suo animo buono, compassionevole ed altruista lo spinge a crearsi delle amicizie, a stringere dei legami ma quello che lo aspetta è solo un muro di ostilità e freddezza, di odio e paura che lo costringe suo malgrado a ripiegare in una dimensione di totale solitudine al riparo da qualunque contatto umano.
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Al culmine della frustrazione, decide quindi di mettersi sulle tracce del dottor Frankenstein, il vero colpevole di tutto per il quale ormai il mostro non sente altro se non odio profondo. Una volta rintracciato, il mostro invita il proprio padre-creatore a ripetere l'esperimento per creargli una compagnia femminile. Il dottor Frankenstein accetta suo malgrado, ma dopo aver dato vita al secondo mostro, in lui riemerge quel senso di irriducibile rifiuto, oltre alla sgradevole consapevolezza di aver creato un ennesimo abominio. Questa volta, però, invece di abbandonare la Creatura, decide di distruggerla. 

Il mostro, a questo punto, rimasto nuovamente solo, comincia a sfogare la propria frustrazione sullo scienziato, inseguendolo, uccidendogli ogni persona cara e rendendogli la vita un vero e proprio inferno. Frankenstein morirà vinto dalla stretta finale di un dolore insopportabile per tutto il male causato, seguito a ruota dal mostro che, scoperto il corpo del padre-creatore, non riuscirà a sopravvivere al dispiacere.
Tra i temi caldi affrontati nel romanzo, come la passione per le scoperte e gli esperimenti scientifici, la responsabilità morale che risiede dietro ogni scoperta scottante, la ardente tentazione di oltrepassare i limiti della conoscenza umana, ecco che risalta in particolare il tema del doppio.
Questo è un argomento caro agli scrittori sin dai tempi della mitologia, si pensi al mito di Narciso innamorato della propria immagine riflessa, o di Ermafrodito che ottiene dagli dei di unire il proprio corpo con quello di Salmacide diventandone così la metà inscindibile e indistinguibile.
Si tratta infatti di un tormentone letterario che nel corso delle decadi e delle mode culturali ha subito innumerevoli variazioni e adattamenti e che affonda le proprie radici nella psicoanalisi. Il doppio letterario non è nient'altro infatti che la rappresentazione della scissione dell'animo umano, diviso e dilaniato tra controllo, rigore e, vizio, sregolatezza, Nella maggior parte dei casi, dunque, quando si affronta il tema del doppio si pensa ad una contrapposizione ben evidente tra due realtà opposte, schema che Mary Shelley, in questo romanzo, ha abbondantemente personalizzato e reso unico.
In esso non è rintracciabile infatti alcuna precisa linea di demarcazione tra buono e cattivo, tra vizio e virtù, tra socialmente rispettabile e moralmente condannabile, tutti dualismi presenti nelle altre opere del periodo - una fra tutte Dottor Jeckyll e Mr Hyde - grazie ai quali lo scrittore versava sull'altro, sul diverso, sul doppio, su un camuffato alter ego ciò che per la società non poteva fare parte di se stesso e che andava ripudiato.
Nel caso del romanzo della Shelley invece, se è vero che il mostro è il diverso, il cattivo, il vizio, l'incubo è altrettanto vero che queste componenti fanno parte anche del dottor Frankenstein. Egli infatti non ha nessun ruolo da buono, egli è un padre snaturato, che crea dalla morte, che sfida la natura e le leggi divine e che poi ripudia la propria stessa creatura senza neanche darle un nome. Anzi, nell'immaginario collettivo, proprio il nome Frankenstein è associato all'idea di mostro e non al mostro in sè che pure nasce dotato di ogni virtù, puro nell'animo, sensibile, disarmante nella sua ingenua bontà. L'evoluzione nera e tragica che lo riguarderà sarà semplicemente la necessaria risposta a tutto il male che imparerà a conoscere e che lo coglierà impreparato con la violenza di un pugno in pieno volto. 
Nessun eroe positivo dunque in "Frankenstein", e il villain è addirittura colui che avrebbe dovuto indossarne i panni.

(Foto di JWfarmer10 - Flickr - CC)
(Foto di CDrummBKS - Flickr - CC)
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2 commenti:

  1. I giochi di specchi, i processi ricorsivi, di cui il moltiplicarsi all’infinito dell’immagine di un oggetto tra due specchi piani paralleli è un esempio. Sono alla base dell’intelligenza, del genio. Così come si è manifestata in Gesù di Nazaret, Leonardo da Vini e Michelangelo Buonarroti. I loro stessi volti nella maturità erano simili, come in una camera degli specchi. Cfr. ebook (amazon) di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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